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La fine dei ministri Farini e Cassinis

Mondo, identità e storia


Nell’agosto 1862, tutta la penisola a sud del Tronto ribolle di massacri, agguati, incendi, torture ed efferatezze quali l’Europa ha visto raramente dall’epoca della Guerra dei Trent’anni (1618 – 1648).
Dai discorsi in Parlamento e dagli articoli di fondo emerge una diffusa inquietudine, convalidata dagli articoli interni e dai resoconti dei soldati in licenza che parlano di ferocie bestiali operate dai guerriglieri meridionali e delle spietate rappresaglie da parte del regio esercito italiano.
Le notizie sulla guerra civile tuttavia sono relegate nelle pagine interne sotto il titolo di “brigantaggio”.
I giornali dell’epoca, sempre sfasati rispetto alla gravità cruciale dell’ora, seguono invece emotivamente gli spostamenti di Garibaldi dalla Sicilia alla Calabria. L’Eroe vuole conquistare Roma, scacciarne il papa.
Il senatore Roberto D’Azeglio, fratello di Massimo, si era illuso fino all’ultimo sul buon senso dei suoi nuovi compatrioti lombardi, toscani, emiliani:
Penso che l’opinione di lasciare Roma al Papa – scriveva il 12 aprile all’amico Sclopis – guadagni ogni giorno terreno. Dio lo voglia. Ne abbiamo già abbastanza dell’impiastro napoletano che ci hanno messo sul groppone.

Il 30 agosto 1862, la stampa dirama la più luttuosa delle notizie. Garibaldi, in marcia verso Roma con 2000 “camicie rosse”, è stato ferito in uno scontro con le truppe regolari sui dirupi dell’Aspromonte.
Fatto prigioniero, viene liberato con tutti gli onori. Ma se non lo si fermava, erano guai: la Francia di Napoleone III, protettrice del papa per ragioni di politica interna, avrebbe dato all’Italia una durissima legnata. Il governo Rattazzi, dopo aver dato alla Camera le spiegazioni più inverosimili del suo doppio gioco, si dimette ai primi di dicembre. In meno di due anni, l’Italia unita approda così al suo quarto ministero.
Dopo Cavour, Ricasoli e Rattazzi, chi sarebbe stato il quarto timoniere? Viene fatto il nome di Giovan Battista Cassinis, un personaggio rimasto ignoto alla quasi totalità degli italiani. Cassinis era un uomo risoluto ed era disposto a farla finita con tutte le sciocchezze e le calamità che gli “unitari” si erano andati a cercare.
In pratica voleva rinunciare a Napoli (s’intendeva allora tutto il Mezzogiorno) e a Roma.

Nato a Vercelli e laureato in legge, in pochi anni Cassinis si era creata una solida fama di giureconsulto: quasi un fanatico del diritto. Ministro della Giustizia con Cavour nel 1861, aveva deplorato i metodi drastici del “luogotenente” Farini, inviato a Napoli per preparare l’annessione. In un dispaccio del 27 ottobre 1860 Farini trasmetteva a Torino: Che paesi sono mai questi... Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa: i beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile... La canaglia dà il sacco alle case de’ signori e taglia le teste, le orecchie a’ galantuomini e se ne vanta. Anche le donne cafone ammazzano.
Cassinis, volle andare a Napoli a vedere di persona e riferì:
La parte orribile non è il popolo bensì il ceto medio. Tutto domandano [...] impieghi, pensione, danaro ad ogni modo. Stanno attenti gli uni agli altri su chi va più innanzi [...] Ciascuno crede sempre se stesso dieci volte superiore al posto che ha... e tutti vorrebbero essere Presidenti d’Appello, di Cassazione e ministri!.
Sullo sfondo dantesco di prigionieri tagliati a pezzi, arsi al fuoco ed interi villaggi incendiati per rappresaglia, Farini e Cassinis perdevano fiducia. Il primo continuava a fucilare nella schiena e il secondo deprecava
questo inerte popolo napoletano che ha bisogno d’ozio, di danaro e di disordini. Ma la polizia in mano di chi è?...Dei cosi detti Camorristi: gente che fa a vicenda la parte dell’agente di polizia e del ribaldo.

Malgrado tutto Cassinis restava un ingenuo. Era persuaso che bastasse cambiare le leggi per risanare il Mezzogiorno. Ma se nessuno osava testimoniare contro il crimine organizzato, a che serviva un rifacimento di leggi? Due anni dopo, nel dicembre 1862, si è dunque alle prese con la formazione del quarto governo italiano. Gli “unitari” si agitano. Se ne fa portavoce il foglio milanese 'La Perseveranza', definendo la sua eventuale nomina come un gesto di sfiducia e quasi di abdicazione nei confronti di Napoli.
La crisi ministeriale viene risolta affidando l’incarico a Farini, già infermo di corpo e di mente, al quale bastano poche settimane per finire dall’ufficio di capo del governo al lettino del manicomio.

Cassinis ha un altro colpo al cuore nel settembre 1864 quando, presidente della Camera, vede sulle strade di Torino decine e decine di cadaveri in seguito alle fucilate ordinate dal ministero Minghetti – Peruzzi contro la folla che sfilava, silenziosa e inoffensiva per manifestare contro il trasloco della capitale, prima a Firenze e poi a Roma. Nel 1865, per consolare Cassinis, il re vuol farlo senatore. Pochi giorni dopo la proposta, l’infelice viene trovato morto per suicidio.

(Giorgio Filograna)

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